Plinio Perilli
Senza cornice
Palazzo Merulana, Roma, dicembre 2025 - febbraio 2026
Se reale è la realtà.
Per Giorgio Ortona pittore, architettatore nella continuità dello spazio...
Conosco e ammiro Giorgio Ortona sin dai suoi splendidi Paesaggi urbani degli anni ’90, o giù di lì. Li ho intitolati apposta così, come le cupe, epocali e prospettiche gemme espressive di Mario Sironi, per la loro indubbia e rispecchiabile ansia, resa di ispirazione. Diversa, e non poco, è la Luce, come un supremo svincolo, una deriva inesausta di resa cromatica... “Cantieri”, palazzine, tangenziali a iosa – ma sempre a parlare dell’Uomo, a divinarlo concreto e ineffabile...
Ora, nel tempo, la rete espressiva di Ortona si è come allargata, impennata, esasperata tra l’Io proprio Io (o super-Io, o Es inconscio) che ci pertiene, e una serie di ritratti domestici, o comunque familiari, concittadini, urbani e suburbani, amicali o anonimi... che domano e riplasmano il nostro sano, profondo sogno e bisogno di Realismo.
Dirò di più, anche se sono passati tanti anni, e molte spinte, molti progetti e sogni della Modernità (il Nuovo) che avanzava, tra paventato, diagnosticato sviluppo senza progresso e Nuova, sic, pasoliniana Preistoria perfettamente in atto... molte gesta anche dissennate del Post-moderno, si sono, ahinoi avverate, tra eccesso di virtualità, digitale straripante, e quant’altro ci corrompe, ci depriva buone gesta d’anima...
se reale è la realtà, ma dopo
ch’è stata distrutta nell’eterno e nell’ora dall’ossessa idea di un nulla lucente. Giorgio Ortona è ora diventato – magistralmente – il dipintore (e un po’ perfino il cantore per immagini), insomma l’architettatore di tutto questo... Pasoliniano, lo ripetiamo, quanto e come meglio non si potrebbe. Se quasi ad ogni quadro noi potremmo tranquillamente bissare, rispecchiargli un verso intrigante, calzante, starei per dire psicosomatico, del nostro Vate amatissimo...
Ma in questa realtà – la nostra – ansimante dietro i destini delle strutture,
– per ritardo, per ritardo, nella mora mortuale d’un’epochetta precedente –
o in anticipo, per dolore della fine
del mondo come sua impossibile cessazione –
accerto un bisogno struggente di minoranze alleate.
Ma un ultimo vivo elogio ci piace farlo al punto d’incontro, forse decisivo, fra i grandi squarci aperti e febbrili di Città che Salgono (La Città che sale, che poi era Milano, fu il fervido, cinetico lasciapassare di Boccioni verso il suo futurismo primo-Novecento), e questo purgatorio di anime in pena (talune già serenamente redente: penso agli adorabili ritratti de “Il padre”, nel bagnetto, in un interno; agli zii, Arturo, Laura, potentemente sim-patici)... Sto parlando del suo periodo, della sua intuizione primigenia (1995-2009, all’incirca) dei “Sacchi”.
Come un tramite, uno snodo trascendentale tra l’Uomo e il suo medesimo Paesaggio Urbano. E sono per ciò stesso ripensati tutti gli stili, i decenni sorvolati, attraversati, inglobati, assimilati, dal neorealismo bellico e periferico di Vespignani, al materico di Burri... ai plurimi di Vedova, dove lo spazio esplode, e in fondo il cosmo ritorna caos... Ma prima, ben prima che la coscienza neo-umanata di Ortona, gli consenta di ritrovare ordine e necessità, architettura e punto di fuga, cioè ripensate ascisse e ordinate prospettiche... Perfino il superamento della Forma (o Informale) è riassorbito, con un forte gesto poetico che riconsidera, rigenera il Realismo al di là della stessa situazione di Crisi, di cui ben ci parlavano i filosofi (Husserl), o comunque gli artisti-filosofi (Hartung, volontà etica e gesto negativo, macula o eterna ferita nera, semantica della negazione del mondo – fu detto).
Giorgio Ortona, al contrario, nomina, incorona di nuovo l’Uomo e lo Spazio/Tempo, il suo habitat e il suo corpo/anima; “stati d’animo” e “forme uniche nella continuità dello spazio”... Al punto che ci sembra meditare, attutire certe potenti suggestioni espressioniste (tipo “Cobra” e dintorni), quasi il dolore stesso della materia, trasmutato in una crisi dolcemente conoscitiva, dove le sue creature si risanano proprio nelle assenze, nelle perdite, e torna a fare poesia – vede bene Gianluca Marziani – proprio con la “prosa del quotidiano”...
Strepitose, in questo senso, talune opere che più le si guardano, più ci rasserenano, come discorso aperto su un futuro che non è più disperso o collocabile fuori, lontano, ma esattamente dentro, forse dietro di noi... Ne citiamo almeno un paio: “Apolide” del 2006, olio su tavola, una Modernità esausta, smarrita ma caparbia di Esser-ci (Heidegger...), frastagliata di linee e colori – abrasi nel nulla, insieme consimile, del bianco e dell’ombra, che cancella tutto il sottinteso.
E un’altra cancellazione decisiva – fulcro come di una nuova ultra-identità – ispira e respira nei tanti, esemplari autoritratti (penso a quello del 2017 “con maglietta rosa”; ma anche all’“Autoritratto” seriale del 2018: 9 magliette rosse, mai dimentiche degli impulsi e dell’inconscio pop di un Andy Warhol!). Niente mani, niente viso... Ma non è più l’equivoco, o la Cabala del “non finito”... È che questo autoritratto diventa sempre, inesorabilmente, ritratto, rispecchiamento, battesimo ancestrale; di ogni apolide, o anonimo, o amico, o fratello che passa... Eh, Baudelaire già ce l’aveva profetato: “Hypocrite lecteur – mon semblable – mon frère!”.